lunedì 27 giugno 2016

Basta chiedere



Il referendum sta giocando un ruolo sempre più pesante negli avvenimenti di politica interna e internazionale dei paesi europei. Si è cominciato con il sottoporre a referendum l’ingresso in Europa e siamo arrivati al sottoporre l’uscita dall’Unione. Ogni volta che la politica si rivolge allo strumento del referendum rimette agli elettori la delega che gli è stata data con le elezioni e si sottrae alla responsabilità di decidere. 
Anche decidere di non decidere è una grande responsabilità.

Prima infatti di dare la parola agli elettori occorre che vi sia quello che in medicina si chiama “consenso informato”. Quando è stato indetto il referendum sull’acqua pubblica c’è stato tempo e modo di informare i cittadini sui pro e i contro di una simile decisione. Già il referendum sul nucleare sull’onda del disastro di Chernobyl può essere indicato come una prova non perfettamente riuscita, per quanto era grande la componente emotiva che pesava sulla decisione. Il referendum sull’accettazione delle condizioni poste alla Grecia ha cominciato a far capire quanto sia inclinato il piano che porta a sottoporre temi di macroeconomia e geopolitica alla consultazione popolare. L’ultimo referendum tenuto in Inghilterra per l’uscita dall’Unione Europea è il sintomo di quanto ci sia spinti in la’ con questo strumento, arrivando a derive patologiche.

La democrazia diretta funziona fin quanto tutti sanno cosa decidono, quali alternative ci sono e quali effetti hanno le decisioni prese. Se invece il tutto si trasforma in tifo, o se gli argomenti sono troppo complessi perché possano essere di facile consultazione, o quando è mancato il “consenso informato” gli unici a rimetterci sono i cittadini stessi. Mi pare assolutamente insensato sottoporre a referendum un argomento così vasto, complesso e decisivo per le sorti di una nazione come l'uscita dall'Unione Europea.

Era il 1963 quando Adenauer e De Gaulle firmarono il Trattato dell’Eliseo tra Germania e Francia, si trattava di pacificare e creare una collaborazione tra due stati che fino a qualche anno prima si erano combattuti in maniera spietata, con reciproche invasioni dei propri territori. Sicuramente una buona parte dei francesi serbavano ancora il ricordo doloroso dei loro cari uccisi o deportati dalle truppe tedesche. E anche molti tedeschi non vedevano di buon occhio il nemico di qualche anno prima. Eppure la visione politica dei loro leader fu superiore perché i loro stessi cittadini li riconoscevano come tali; non chiamarono i loro elettori ad un referendum che avrebbe corso il grandissimo rischio di affossare qualsiasi iniziativa di questo tipo e misero i primi mattoni per quella che adesso è l’Unione Europea.

Tra poco alla prova è chiamato il nostro Paese. Se riusciremo a proiettarlo nella dimensione di una democrazia con una camera che decide e vigila sul Governo e l’altra che rappresenta le istituzioni locali avremo compiuto un primo, imperfetto, passo verso lo snellimento della macchina burocratica, riducendo della metà il numero dei parlamentari e portando nel tempo anche qualche buon risparmio. Ma sopratutto consentendo una rapidità delle decisioni che adesso è essenziale. Dai referendum non si torna indietro, si tratta di un momento epocale che segnerà in bene o in male la storia dell’Italia. Attenzione a pensare che sia un referendum pro o contro un governo, pro o contro un premier. Si tratta del nostro Paese e se si rimanda ulteriormente l’appuntamento con la storia poi sarà la storia a fare da sola. Grecia e Inghilterra insegnano.

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